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Alessandro

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vorrei che il mondo per un momento fermasse il suo moto dissennato e riflettesse
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Il Cinema secondo AL Ciccetto... e quant'altro/i

December 12

Bagdad Cafè

Stasera ho visto con Puppetta e Maiale "Bagdad Café" di Percy Adlon. Film del 1987 è l'ideale per ritrovare un briciolo di poesia nella fanghiglia quotidiana. Una luce illumina il cielo, un incontro che cambia la vita, ma qui non siamo in un film hollywoodiano, qui non c'è nessun amore dalle promesse fittizie. Qui c'è un'amicizia a riempire gli animi di tante solitudini, a creare la magia nel deserto, a riunire i cuori del mondo.
Grande sensibilità. Suggestive tonalità. E' un film che rimarrà, lì da qualche parte, nell'archivio della mia coscienza.
December 05

Ogni cosa è illuminata

Cinema

CINEMA: OGNI COSA E' ILLUMINATA

Un viaggio nella memoria degli ebrei ucraini vittime delle atrocità naziste.

Roma - Talvolta accade che in una fresca serata di fine estate ci si accomodi in un cinema di periferia a recuperare “film minori” che qualche bravo esercente ripropone in rassegna, quasi a suggerirne la qualità. Ogni cosa è illuminata uscito nelle sale nel novembre dello scorso anno con scarso successo di pubblico e di critica è, a dispetto di ciò, un’opera di grande talento, in cui l’esordiente Liev Schreiber traduce sullo schermo il romanzo omonimo di Jonathan Safran Foer.

Il titolo, dal sapore religioso, introduce lo spettatore in un viaggio che di religione ha l’aspetto più intimo e ancestrale, quello del recupero del passato, del contatto con i nonni, con gli avi, con la Storia stessa. È questo, infatti, che spinge il protagonista (Elijah Wood), giovane ebreo americano, che nel film, tramite un’operazione referenziale, porta il nome dell’autore del romanzo, a recarsi in Ucraina per cercare la donna che salvò suo nonno dalla ferocia nazista. Atterrato a Odessa, in una città in cui il regista è abile a mostrare i contrasti urbani della recente globalizzazione, Jonathan è accolto da un particolarissimo trio di personaggi: Alexander Perchov, suo nonno ed il loro cane “psicopatico”. Alexander rappresenta la nuova Ucraina, con il mito della musica e della moda americana. È proiettato nel presente e del passato non sa nulla. L’indicibile passato delle fucilazioni naziste è invece nel silenzio del nonno, nella sua finta cecità, condizione simulata di chi ha visto fin troppo. Il cane, unico amico del nonno è difatti il suo alter-ego, e come il vecchio si scaglia follemente contro la propria ombra, contro l’altra parte di sé, quella che non vuole più vedere. Sarà il viaggio verso Trachimbord, uno dei tanti villaggi incendiati e sepolti durante la Seconda Guerra Mondiale, ad illuminare la vista e la vita di tutti i personaggi, a chiarire il presente attraverso la luce del passato.

Passando con disinvoltura dal comico al tragico, il film ha proprio nella pluralità di registri l’aspetto stilistico caratterizzante. Le varie tonalità sentimentali sono accompagnate da una colonna sonora incalzante e spesso ironica. Apprezzabili sono inoltre i dialoghi che giocano brillantemente sull’inglese maccheronico del giovane Alex e sulle traduzioni “infedeli” che questi rende all’americano, attenuando simpaticamente l’ostilità degli ucraini nei suoi confronti. Lontano dalla retorica e dalle lacrime facili con cui molti film hanno trattato lo stesso argomento, Ogni cosa è illuminata parla della memoria, della storia, del passato che è di tutti noi, e della Nostra responsabilità nell’evitare che lo si seppellisca nell’oblio dell’indifferente scorrere della quotidianità.

Alessandro Goffredo-Cioce      

Time

Cinema

CINEMA: TIME

Volti privi di identità, gente fuori della realtà: arriva dall’oriente il nuovo monito alla società dell’immagine.

Quattordicesimo film del pur giovane regista coreano Kim Ki-duk, Time affronta la variante postmoderna dell’eterna lotta contro il tempo. Il tempo infatti, compie il suo inesorabile destino e l’intensa passione che Ji-woo (Ha Jung-Woo) provava per See-hee (Sung Hyun-ah) si affievolisce. Lo sguardo di lui è attratto da altre donne, la gelosia di lei diventa ossessione, infine follia. Decide, all’insaputa di Ji-woo, di cambiar volto, di offrire un viso nuovo al proprio amato, stanco, secondo lei, di vedere e amare lo stesso corpo. La “metamorfosi” richiede sei mesi; il ragazzo, dopo il tentativo vano di rintracciarla, è travolto da una serie di misteriosi eventi che fanno sfumare anche l’ipotesi di una nuova relazione, finché un giorno l’incontro con la “nuova” See-hee mette fine ai suoi turbamenti. Tra i due è tornata la passione, ma il cuore dell’inconsapevole Ji-woo è ancorato all’immagine della sua “vecchia” ragazza. E così l’elemento che avrebbe dovuto rinvigorire il loro amore, diventa un ulteriore strappo. Lacerato è anche l’animo di See-hee, che sparisce ancora. A questo punto Ji-woo scopre la verità e decide anch’egli di ricorrere alla chirurgia plastica. In un destino che gioca a ripetere e rispecchiare le situazioni, è adesso la ragazza a cercare Ji-woo e a non riconoscerlo nella molteplicità dei volti. Il climax finale è tra i più densi e schiaccianti nel panorama filmico del regista coreano, l’happy-and è rimandato, la follia trova la sua logica conclusione.

Kim Ki-duk sembra offrire così il suo monito ad una società, quella odierna, che sull’immagine ha costruito sé e i suoi miti: simulacri di non-senso, superfici prive di profondità. Per questo, il volto “nuovo” di See-hee, è nulla per Ji-woo, non ha senso, se non quello puramente superficiale-estetico. L’ossessione di apparire, l’ossessione di piacere annulla l’essere, di qui l’ossessiva quanto masochistica corsa alla dissoluzione di ogni cosa. Ciò che rimane è un’immagine priva di referente, una fotografia che non appartiene più a nessuno.

Tutto questo Kim Ki-duk  ce lo mostra con una successione di quadri che non sempre trovano l’esatta consequenzialità, sarà forse perché il film è stato girato in sole due settimane. In ogni caso, il regista coreano conferma la sua notevole maestria stilistica nel saper cogliere  poeticità e bellezza ad ogni inquadratura. Il suo cinema “del silenzio” è qui intaccato da numerosi dialoghi che sfiorano il mélo, il che non nuoce tuttavia alla liricità delle immagini, perché il Cinema di Kim Ki-duk va guardato e non ascoltato. 

 

Alessandro Goffredo-Cioce

La stella che non c'è

Cinema

LA STELLA CHE NON C'E'

L’animo umano indagato con delicatezza e sensibilità nel nuovo film di Gianni Amelio.

Manca una stella nella bandiera cinese, manca una stella nella vita di Vincenzo Buonavolontà ed in quella di Liu-Hua. Manca la stella della buona sorte, manca la pienezza di un sorriso, manca la trasparenza di una facile esistenza. Ancora una volta Gianni Amelio indaga l’umano, l’umano che non fa rumore, che vive sommerso nelle contraddizioni del mondo delle tecnologie e del benessere. L’umano che si confonde nella folla, con le spalle curve, messo in scacco dal proprio destino. Eppure, è umano il desiderio di combattere, la volontà – la Buonavolontà – di salvare qualcosa, di ottenere un piccolo riscatto e dare un senso a quel cielo onnipresente e tuttavia mancante della stella che non c’è. Accade così che un ex manutentore di una acciaieria di Bagnoli, Vincenzo Buonavolontà, interpretato da uno straordinario Sergio Castellitto, si metta in viaggio alla ricerca dell’altoforno difettoso, e dunque pericoloso, venduto senza scrupoli ad una società cinese. Vincenzo Buonavolontà ha trovato il difetto e costruito la centralina idraulica risolutrice, non gli resta che scovare l’acciaieria che ha acquistato l’altoforno italiano. Ma l’impresa non è semplice, primo su tutti è il problema della lingua. A risolverlo è l’incontro, prima fortuito e dopo voluto, della traduttrice Liu-Hua, interpretata dalla debuttante Tai Ling. Il viaggio pone i due protagonisti ad un duplice confronto, con l’altro e con se stessi. L’iniziale incomunicabilità segnerà il passo alla sensibilità e alla dolcezza di un rapporto che immaginiamo estendersi ed approfondirsi dopo i titoli di coda. Prima però, è il riemergere del passato ad impegnare i personaggi nella revisione delle proprie vite. Nel caso della cinese la ferita del passato ha la forma di un dramma familiare, nonché sociale ed esistenziale. Per quanto riguarda Vincenzo, il suo dramma resterà inespresso, intuibile esclusivamente dalle espressioni del volto, e dalle lacrime che commuovono nel memorabile piano-sequenza a camera fissa sul suo primo piano.  Ad accogliere il tutto è una Cina non canonica, diversa da quella delle cartoline patinate ed immersa invece nel grigiore del cielo e del cemento. Grigiore che atterrisce gli animi quando l’enunciazione si fa denuncia e l’occhio della cinepresa si sofferma sull’altra faccia del capitalismo cinese, quella della povertà e delle ingiustizie. Un buon film, insomma, delicato e riflessivo, lento, forse troppo, in qualche passaggio, pur tuttavia importante. Importante per la profondità di sguardo con cui affronta l’umano e le sue stelle, le virtù, spesso sommerse.

Alessandro Goffredo-Cioce   

 

La sconosciuta

Cinema

LA SCONOSCIUTA

Il ritorno di Giuseppe Tornatore con un film sconvolgente ma meraviglioso.

“In base alla teoria del cubismo sintetico, il pittore non dipinge più ciò che vede ma ciò che conosce. Preso un soggetto, lo si rompe in tanti pezzi e si prendono alcuni frammenti da 3 posizioni differenti, ma il tutto deve avvenire simultaneamente così da creare una figura unitaria. In questo modo nasce la pittura tridimensionale e l’elemento tempo si fonde con l’elemento spazio”.

“La sconosciuta” è un’opera di cubismo sintetico: Tornatore prende il soggetto del film, lo rompe in tanti pezzi, inserisce alcuni frammenti da posizioni differenti del passato della protagonista, e simultaneamente, la storia continuamente interrotta - per volontà del suo demiurgo e per gli interventi degli altri personaggi – insieme ai flash del passato, crea la figura unitaria di Irena, la protagonista. In questo modo si forma un cinema tridimensionale ed il tempo è un tutt’uno con lo spazio nell’accompagnare le sorti della giovane ucraina.

Seguire quest’impianto formale e contenutistico ha un piacere per lo spettatore equivalente a quello di risolvere un puzzle scandito da un’inesauribile suspense. Ansiogene le scene dal più o meno marcato richiamo ai classici del thriller, Hitchcock su tutti. Perturbanti quelle più cariche di violenza, laddove la maestria di Tornatore decide di suggerire più che mostrare. Crudeli infine, quelle che tradiscono la fiducia dello spettatore nel pensare che tutto abbia un limite.

Quel tutto (la carne – venduta, il corpo – abusato, gli sguardi – a spiare, le orecchie – a origliare, il denaro – a comandare, i sentimenti – a rimandare) s’avanza aspro nella torpidità delle vicende, e arriva ad imbrattare anche i momenti più dolci, racchiusi negli abbracci e nei sorrisi tra Irena e la piccola Tea. Eppure si resta sempre coinvolti dalla storia. Passo dopo passo si accetta di giungere alla fine, nonostante le strette allo stomaco, perché il cammino per arrivare alla verità, sembra dirci Tornatore, passa per l’Inferno.
Qui l’Inferno è rappresentato dai fantasmi del passato, efferati nei ricordi di Irina, e che a un certo punto della vicenda tornano a ottenebrare quel futuro di una vita ‘normale’ che la ragazza ha pensato schiudersi dinanzi a lei, nella figura di ‘Il Muffa’, tra i più feroci e  ripugnanti personaggi della storia del cinema italiano, ottimamente interpretato da Michele Placido.
Oltre a lui, il film si avvale di un cast di altissimo livello: a partire dalla protagonista, Kseniya Rappoport, nota attrice di teatro in Russia, passando poi per Pier Francesco Favino, Alessandro Haber, Claudia Gerini, Angela Monina, Margherita Buy, Piera degli Esposti, fino ad arrivare alla tenera esordiente Clara Dossena.

Ad essi è d’obbligo aggiungere, quasi si trattasse di un personaggio, la colonna sonora del maestro Ennio Morricone, valore aggiunto del film nel preparare le atmosfere, costruire climax e risolverli nelle orchestrate distensioni, che solo lui sa fare.
Alla Festa Internazionale del Cinema di Roma, “La sconosciuta” ha vinto il premio come miglior film della sezione ‘Première’, noi gli auguriamo che possa ottenere altri riconoscimenti, perché è un film che merita nell’oggetto e nella forma, e che riesce a far tornare grande il cinema italiano.

Alessandro Goffredo-Cioce

 

 
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